Maurizio Micillo

Ci sono autori che pensiamo di conoscere e che invece abbiamo incontrato soltanto a metà. Per me Rudyard Kipling è uno di questi. Il primo collegamento che mi viene spontaneo è Il libro della giungla, con Mowgli e un immaginario che accompagna praticamente da sempre il suo nome. Poi, però, basta imbattersi in una delle sue frasi più celebri per scoprire un Kipling completamente diverso.

È così che sono tornato a If, conosciuta in italiano come Se. Una poesia che avevo già sentito citare, magari senza fermarmi davvero a pensare a ciò che volesse dire.

Più approfondivo, più mi rendevo conto che intorno a questi versi ruotano domande molto diverse: qual è la poesia più famosa di Kipling? È davvero una poesia dedicata al figlio? Esiste una lettera di Rudyard Kipling al figlio? Perché alcuni versi si trovano a Wimbledon? E che cosa significa veramente quel continuo invito a rimanere in equilibrio davanti alla vittoria e alla sconfitta?

La cosa che mi ha colpito è che tutte queste domande portano, alla fine, nello stesso punto. Se non parla semplicemente di successo. Parla soprattutto di come non perdere se stessi quando la vita cambia direzione.

“If”, o “Se”: perché è la poesia più famosa di Rudyard Kipling

Se mi chiedessero qual è la poesia più famosa di Rudyard Kipling, la risposta più naturale sarebbe If. La poesia fu pubblicata nel 1910 nella raccolta Rewards and Fairies ed è diventata nel tempo uno dei testi più conosciuti dell’autore.

La sua forza, secondo me, sta anche nella struttura. Il titolo è formato da una parola semplicissima: “If”, “Se”. E proprio attraverso una lunga successione di condizioni Kipling costruisce poco alla volta il carattere della persona a cui sta parlando.

Se riesci a mantenere la calma. Se sai fidarti di te senza ignorare i dubbi degli altri. Se sai aspettare. Se puoi sognare senza diventare prigioniero dei tuoi sogni. Se sai perdere e ricominciare.

Non c’è una formula magica. Non c’è la promessa che comportandosi bene tutto andrà necessariamente bene. Anzi, nella poesia succede praticamente il contrario: Kipling immagina che possa arrivare la sconfitta, che qualcosa costruito con fatica possa rompersi e che persino ciò che abbiamo detto venga deformato dagli altri.

È una visione molto meno ingenua di quanto possa sembrare quando si legge soltanto una frase estrapolata dal testo.

Ed è forse per questo che la poesia “Se” di Rudyard Kipling continua a funzionare anche fuori dal contesto in cui fu scritta. Non descrive un’epoca precisa. Descrive reazioni umane che riconosciamo ancora oggi.

La “lettera di Rudyard Kipling al figlio” esiste davvero?

Approfondendo If mi sono imbattuto continuamente in un’espressione: “lettera di Rudyard Kipling al figlio”.

Vale la pena chiarire subito un punto: If non è una lettera, ma una poesia.

Capisco però perfettamente da dove nasca la confusione. L’intero testo ha il tono di una persona adulta che sta trasmettendo a qualcuno più giovane ciò che ha imparato sulla vita. E nel verso conclusivo il destinatario viene chiamato esplicitamente “my son”.

Letta senza conoscerne la storia, quindi, sembra davvero una lunga serie di consigli di un padre a un figlio.

Probabilmente è proprio questo il motivo per cui tante persone cercano il testo della lettera di Kipling al figlio quando, in realtà, stanno cercando la poesia If.

A me questa distinzione interessa perché non diminuisce affatto la forza del testo. Al contrario, permette di leggerlo meglio. Non siamo davanti alla trascrizione privata di una lettera familiare, ma a una poesia costruita deliberatamente in modo che quei consigli possano andare oltre un singolo destinatario.

A chi era dedicata realmente la poesia “If”?

Qui arriva uno degli aspetti che non conoscevo e che mi ha fatto rileggere la poesia in maniera diversa.

Kipling spiegò che If era stata ispirata dal carattere di Leander Starr Jameson. Quindi ridurre tutto alla formula “Kipling scrisse questa poesia per suo figlio” non sarebbe corretto.

Questo non impedisce però di percepire una voce paterna. Le due cose possono convivere: da una parte c’è un modello umano che contribuì all’ispirazione della poesia, dall’altra c’è la costruzione letteraria di qualcuno che trasmette principi e consigli a un giovane.

Personalmente preferisco leggerla così: non tanto come una lettera privata, quanto come un passaggio di consegne tra una generazione e quella successiva.

Qualcuno che ha già sperimentato successi, errori, critiche, attese e sconfitte prova a spiegare a chi viene dopo di lui che il vero problema non è evitare tutto questo. È imparare ad attraversarlo.

Qual è il significato della poesia “Se” di Rudyard Kipling?

Se dovessi riassumere il significato della poesia Se di Rudyard Kipling in una sola idea, sceglierei l’equilibrio. Kipling descrive la maturità come la capacità di attraversare successo e fallimento, fiducia e dubbio, sogno e realtà senza permettere a nessuno di questi estremi di impadronirsi completamente di noi.

È però una risposta che merita di essere approfondita, perché ogni parte della poesia aggiunge qualcosa.

Mantenere la calma quando tutti gli altri la perdono

La poesia parte da una scena molto concreta: gli altri perdono la testa, mentre tu devi cercare di mantenere la tua.

La prima qualità che Kipling mette al centro non è quindi la forza, il talento o l’ambizione. È l’autocontrollo.

È un inizio che trovo sorprendentemente attuale. Viviamo in un periodo in cui tutto sembra richiedere una reazione immediata: una critica, un commento, una discussione, una notizia. La reazione più veloce sembra spesso quella più autentica.

Kipling suggerisce esattamente il contrario.

Il fatto che gli altri perdano il controllo non significa che dobbiamo perderlo anche noi. E il fatto che qualcuno ci accusi non significa automaticamente che dobbiamo reagire nello stesso modo.

Detto così sembra semplice. Nella realtà è probabilmente una delle cose più difficili da fare.

Avere fiducia in se stessi senza diventare arroganti

Un altro passaggio che mi piace particolarmente riguarda la fiducia.

Kipling non dice soltanto: credi in te stesso e ignora quello che pensano gli altri. Sarebbe il genere di consiglio che oggi si trova scritto ovunque.

Dice qualcosa di più sottile: devi riuscire a fidarti di te anche quando gli altri dubitano, ma devi lasciare spazio anche al loro dubbio.

Questa seconda parte cambia completamente il significato.

Avere fiducia in se stessi non significa essere convinti di avere sempre ragione. Si può credere nelle proprie capacità e continuare ad ascoltare. Si può difendere una scelta e contemporaneamente chiedersi se ci sia qualcosa che non abbiamo visto.

Per me questa è una delle differenze più importanti tra sicurezza e arroganza.

Sognare senza diventare schiavi dei propri sogni

C’è poi il tema dei sogni. Anche qui Kipling evita la frase facile.

Non dice di non sognare. Dice di sognare senza fare dei sogni il proprio padrone.

È una sfumatura che mi ha fatto pensare.

Un obiettivo può dare una direzione alla vita, ma può anche arrivare al punto in cui tutto il resto perde valore. Se l’unica cosa che conta è raggiungerlo, rischiamo di misurare ogni giornata soltanto in base alla distanza che ci separa da quel risultato.

La stessa cosa vale per il pensiero: riflettere è necessario, ma pensare continuamente senza arrivare mai all’azione può diventare una forma diversa di immobilità.

Il messaggio che ne ricavo è molto concreto: avere ambizioni senza permettere alle ambizioni di possederci.

Trionfo e sconfitta: perché Kipling li chiama “due impostori”

È probabilmente il passaggio più celebre di tutta la poesia.

“If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same.”

Quello che mi interessa non è soltanto il fatto che Kipling metta sullo stesso piano trionfo e sconfitta. È la parola che usa per definirli entrambi: impostori.

Perché anche il trionfo dovrebbe ingannarci?

Pensandoci, la risposta è abbastanza chiara. Una sconfitta può convincerci di valere meno di quanto valiamo realmente. Ma anche una vittoria può ingannarci, facendoci credere di essere improvvisamente infallibili.

Gli estremi deformano la prospettiva in entrambe le direzioni.

Per questo io non leggo quei versi come un invito a non essere felici quando si vince o a non soffrire quando si perde. Sarebbe quasi disumano.

Li interpreto piuttosto così: non permettere al risultato di diventare la definizione definitiva di chi sei.

Una vittoria racconta ciò che è successo in un determinato momento. Una sconfitta fa esattamente la stessa cosa. Nessuna delle due, da sola, racconta una persona intera.

Perdere ciò che hai costruito e ricominciare

Questa, forse, è la parte della poesia che trovo più dura.

Kipling immagina la possibilità di vedere distrutto ciò a cui abbiamo dedicato una parte importante della nostra vita e poi di doverci abbassare e ricostruirlo con strumenti ormai consumati.

Non c’è ottimismo facile.

Non dice: se lavori abbastanza, sicuramente vincerai. Ammette che si può lavorare molto e perdere comunque.

La grandezza, in quel caso, non sta nell’impedire che la perdita avvenga. Sta nel non permettere alla perdita di diventare l’ultima pagina.

Più rileggo questa parte, più penso che sia una delle ragioni per cui If continua a essere utilizzata nei momenti di passaggio della vita. Non promette protezione dalle difficoltà. Suggerisce un modo per affrontarle.

Il valore del tempo nella poesia “If”

Verso la fine compare anche il tempo.

Kipling immagina un minuto che deve essere riempito fino in fondo. Non lo interpreto come un invito alla produttività ossessiva. Per me significa soprattutto non vivere passivamente il tempo che abbiamo.

È quasi il punto di arrivo di tutta la poesia: dopo aver imparato a gestire paura, dubbio, successo, fallimento e perdita, rimane una domanda ancora più semplice. Che cosa fai con il tempo che ti resta?

Perché “Se” è una poesia da dedicare a un figlio

Capisco quindi perché tante persone cerchino una poesia da dedicare a un figlio e finiscano proprio su Kipling.

Se non è una dichiarazione d’affetto nel senso tradizionale. E forse è proprio questo che la rende particolare.

Non dice a un figlio che la vita sarà facile. Non gli promette che vincerà. Non gli suggerisce neppure che basta desiderare qualcosa abbastanza intensamente perché quella cosa accada.

Gli consegna invece qualcosa che può essere più utile: un modo possibile di comportarsi quando la vita non segue il programma previsto.

  • mantieni la lucidità anche quando intorno a te cresce la confusione;
  • abbi fiducia in te stesso senza pensare di essere infallibile;
  • impara ad aspettare;
  • non rispondere automaticamente all’odio con altro odio;
  • sogna, ma continua a vivere nella realtà;
  • non confondere una vittoria con il tuo valore personale;
  • non trasformare una sconfitta in una condanna;
  • se perdi qualcosa, prova a ricominciare;
  • non cambiare identità a seconda delle persone che hai davanti;
  • ricordati che il tempo a disposizione non è infinito.

Detta così, If diventa quasi il contrario di una poesia motivazionale nel senso moderno del termine.

Non dice: “avrai successo”.

Dice: “qualunque cosa accada, prova a non perdere te stesso”.

Ed è forse un messaggio ancora più importante da lasciare a un figlio.

La frase di Rudyard Kipling a Wimbledon

Ed è qui che la storia della poesia incontra un luogo che apparentemente appartiene a un mondo completamente diverso: Wimbledon.

Nel percorso verso il Centre Court, i giocatori incontrano proprio i celebri versi di Kipling dedicati a Triumph and Disaster.

Quando ho scoperto questo particolare, la prima reazione è stata pensare che difficilmente si sarebbe potuta scegliere una frase più adatta.

Un campo da tennis è probabilmente uno dei luoghi in cui la differenza tra vittoria e sconfitta appare più netta. Alla fine di una partita uno vince e l’altro perde.

E a Wimbledon quella differenza assume un peso ancora maggiore. Sul Centre Court si possono vivere alcuni dei momenti più importanti di una carriera sportiva.

Eppure, proprio prima di entrare, quelle parole suggeriscono quasi il contrario di ciò che normalmente associamo allo sport agonistico: il risultato conta enormemente, ma non dovrebbe diventare tutto.

Perché la frase di Kipling è così adatta al Centre Court

Più ci penso, più trovo affascinante il contrasto.

Un atleta passa anni ad allenarsi per vincere. Arriva a Wimbledon sapendo che ogni partita può cambiare la propria carriera. E proprio nel momento in cui sta per entrare sul campo gli viene ricordato di trattare trionfo e disastro come due impostori.

Non significa che vincere e perdere siano la stessa cosa.

Significa che, dopo la partita, rimane comunque una persona.

La vittoria non cancella automaticamente paure, debolezze o errori. E la sconfitta non cancella talento, lavoro e percorso.

È questo che, secondo me, rende la frase di Kipling a Wimbledon qualcosa di più di una citazione elegante.

Gioca per vincere, ma preparati a sopravvivere sia alla vittoria sia alla sconfitta.

“If” di Rudyard Kipling in italiano

Un’altra ricerca frequente riguarda la poesia If di Rudyard Kipling in italiano.

Il titolo viene comunemente tradotto con Se, ma quando si confrontano diverse versioni italiane è normale trovare parole e costruzioni differenti.

Una poesia non si traduce come una lista di istruzioni. Il traduttore deve scegliere quanto conservare del significato letterale, del ritmo, della musicalità, della sintassi e del tono dell’originale.

Per questo preferisco distinguere tre livelli:

  • il testo originale inglese, scritto da Kipling;
  • la traduzione italiana, che dipende anche dalle scelte del traduttore;
  • il significato della poesia, che può essere analizzato senza pretendere che esista una sola traduzione possibile.

È una distinzione utile soprattutto quando si trova online quello che viene definito il testo della lettera di Rudyard Kipling al figlio. Prima ancora di chiedersi quale versione sia la migliore, bisogna ricordare che non stiamo leggendo una lettera: stiamo leggendo una traduzione di una poesia inglese.

Qual è una frase famosa di Rudyard Kipling?

Se penso a una frase famosa di Rudyard Kipling, torno inevitabilmente ai versi sul trionfo e sulla sconfitta.

Non soltanto perché sono tra i più citati, ma perché contengono in poche parole buona parte del significato di If.

La vita tende a convincerci che dobbiamo inseguire un estremo ed evitare completamente l’altro. Il successo sarebbe la prova definitiva che stiamo facendo tutto bene; la sconfitta quella che stiamo facendo tutto male.

Kipling mette in dubbio entrambe le conclusioni.

Ed è forse questo che rende quella frase facile da ricordare: non celebra il successo, ma invita a diffidare perfino di lui.

Qual è il libro più famoso di Rudyard Kipling?

Se If è probabilmente la poesia che più facilmente associamo a Rudyard Kipling, il libro che ha portato il suo nome a generazioni di lettori è Il libro della giungla, pubblicato nel 1894.

È curioso perché, almeno all’apparenza, Il libro della giungla e Se sembrano due opere lontanissime.

Da una parte ci sono Mowgli, gli animali, la giungla e il racconto. Dall’altra una poesia costruita come una sequenza di condizioni e consigli.

Eppure, quando provo a guardarle insieme, noto qualcosa che le avvicina.

Entrambe parlano, in modi diversi, di formazione.

Di regole da comprendere. Di identità. Di come trovare il proprio posto. Di rapporto con gli altri. Di ciò che significa crescere.

Forse è per questo che molti incontrano Kipling una prima volta da bambini con Mowgli e lo ritrovano anni dopo attraverso If.

Rudyard Kipling oltre “Se” e “Il libro della giungla”

Ridurre Kipling soltanto a queste due opere sarebbe comunque limitante.

Fu poeta, narratore, giornalista e autore di numerosi racconti e libri. Tra le opere più conosciute c’è anche Kim, pubblicato nel 1901.

Nel 1907 Kipling ricevette il Premio Nobel per la Letteratura.

È un’informazione che aiuta anche a collocarlo meglio. Quando oggi incontriamo una sua frase fuori contesto è facile percepirlo quasi soltanto come autore di massime e citazioni.

Dietro quelle frasi c’è invece una produzione letteraria molto più vasta e un contesto storico e culturale che merita di essere letto criticamente.

Perché “Se” di Kipling continua a essere letta ancora oggi?

Alla fine è questa la domanda che trovo più interessante.

Perché una poesia pubblicata nel 1910 continua a essere cercata, tradotta, citata, dedicata ai figli e riprodotta in un luogo come Wimbledon?

Credo che una parte della risposta sia nella semplicità delle situazioni che descrive.

Non serve aver vissuto all’epoca di Kipling per conoscere il dubbio.

Non serve conoscere la sua biografia per sapere cosa significhi aspettare qualcosa che non arriva.

Non serve essere un atleta per conoscere una vittoria o una sconfitta.

E quasi tutti, prima o poi, abbiamo dovuto ricominciare qualcosa che credevamo già costruito.

La poesia parte quindi da esperienze che cambiano forma nel tempo, ma non scompaiono.

Anche le parole “trionfo” e “disastro”, alla fine, sono relative. Per un campione sul Centre Court possono significare vincere o perdere Wimbledon. Per qualcun altro possono riguardare un lavoro, un rapporto, una scelta o un progetto personale.

La scala cambia. Il meccanismo emotivo molto meno.

Una poesia che si capisce diversamente con il passare degli anni

C’è poi un’altra cosa che mi piace di Se: non credo che venga letta allo stesso modo a vent’anni, a quaranta o a sessanta.

Alcuni versi, quando non si è ancora sperimentato ciò di cui parlano, possono sembrare semplicemente bei consigli.

Dopo una vera sconfitta, il passaggio sul ricominciare assume inevitabilmente un peso diverso.

Dopo una vittoria importante, anche il consiglio di non lasciarsi ingannare dal trionfo diventa meno astratto.

Forse è questo uno dei motivi per cui funziona tanto bene come poesia da un padre a un figlio.

Un genitore può consegnare certe parole sapendo che il figlio probabilmente non le comprenderà tutte nello stesso momento.

Alcune rimarranno lì.

E magari acquisteranno significato soltanto anni dopo.

Quello che mi rimane della poesia “Se”

Più leggo If, meno la considero una poesia sul successo.

All’inizio è facile interpretarla in quel modo perché parla di volontà, resistenza, carattere e capacità di andare avanti. Ma fermandosi un po’ di più emerge qualcosa di diverso.

È una poesia sul rapporto che abbiamo con ciò che ci accade.

Kipling non può impedirci di perdere. Non può impedire agli altri di dubitare di noi. Non può garantire che ciò che costruiamo rimanga in piedi. Non può promettere che i nostri sogni si realizzeranno.

Può soltanto spostare l’attenzione su una domanda: come reagirai?

Ed è probabilmente questo che unisce tutte le strade attraverso cui si può arrivare a questa poesia.

Si può partire cercando una frase famosa di Rudyard Kipling. Si può voler trovare una poesia da dedicare a un figlio. Si può cercare quella che online viene chiamata lettera di Kipling al figlio. Si può notare una citazione a Wimbledon oppure voler capire il significato di If in italiano.

Alla fine, però, si arriva sempre nello stesso punto.

Al tentativo di imparare a guardare il trionfo senza sentirsi invincibili e la sconfitta senza sentirsi finiti.

Forse è questa la ragione per cui quei versi continuano a essere letti.

E forse è anche il consiglio più difficile dell’intera poesia.

Domande frequenti su Rudyard Kipling e la poesia “Se”

Qual è la poesia più famosa di Rudyard Kipling?

If, conosciuta in italiano come Se, è probabilmente la poesia più famosa di Rudyard Kipling. Fu pubblicata nel 1910 nella raccolta Rewards and Fairies e affronta temi come autocontrollo, fiducia, perseveranza, successo, sconfitta e maturità.

Quale poesia di Kipling posso dedicare a mio figlio?

Se è una delle poesie di Kipling più adatte da dedicare a un figlio perché assume il tono di una serie di consigli sulla vita. Il messaggio centrale non è vincere a ogni costo, ma imparare ad affrontare successi, dubbi, perdite e difficoltà senza perdere la propria identità.

Esiste un testo della “Lettera di Rudyard Kipling al figlio”?

L’espressione “lettera di Rudyard Kipling al figlio” viene spesso utilizzata per indicare If, ma non si tratta propriamente di una lettera. È una poesia. L’equivoco nasce dal tono paterno del testo e dal verso finale, nel quale Kipling si rivolge al destinatario come a un figlio.

“If” e “Se” sono la stessa poesia?

Sì. If è il titolo originale inglese della poesia di Rudyard Kipling, mentre Se è il titolo normalmente utilizzato nelle traduzioni italiane. Le diverse traduzioni possono presentare variazioni perché ogni traduttore deve mediare tra significato, ritmo e stile dell’originale.

Qual è la frase di Rudyard Kipling che si trova a Wimbledon?

A Wimbledon sono riportati i celebri versi di If dedicati a Triumph and Disaster, trionfo e sconfitta, che Kipling invita a trattare come “due impostori”. L’iscrizione accompagna il percorso dei giocatori verso il Centre Court ed è diventata uno dei collegamenti più famosi tra letteratura e tennis.

Che cosa significa “trattare trionfo e sconfitta allo stesso modo”?

Non significa essere indifferenti al risultato. Il senso è evitare che una vittoria produca un’eccessiva sensazione di invincibilità o che una sconfitta distrugga la percezione del proprio valore. In entrambi i casi, Kipling invita a conservare equilibrio e lucidità.

La poesia “If” fu scritta per il figlio di Kipling?

Non è preciso affermare semplicemente che If fu scritta per il figlio di Kipling. Kipling raccontò che i versi erano stati ispirati dal carattere di Leander Starr Jameson. La forma della poesia e il riferimento finale a “my son” spiegano però perché venga spesso letta come un messaggio di un padre a un figlio.

Qual è il libro più famoso di Rudyard Kipling?

Il libro della giungla, pubblicato nel 1894, è l’opera narrativa di Kipling più conosciuta dal grande pubblico. Tra le altre opere importanti dell’autore figura anche Kim, pubblicato nel 1901. Kipling ricevette il Premio Nobel per la Letteratura nel 1907.

Qual è il significato principale della poesia “Se”?

Il significato centrale di Se riguarda equilibrio, maturità e autocontrollo. La poesia invita a credere in se stessi senza arroganza, a sognare senza perdere il contatto con la realtà, a sopportare le difficoltà e a non farsi definire né dal successo né dal fallimento.


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